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Gio Ponti

Non solo architetto
Gio Ponti (1891-1979) è stato uno dei più influenti architetti e designer italiani del XX secolo, capace di lasciare un segno indelebile non solo nell’architettura del nostro Bel Paese, ma anche nel design industriale e decorativo. Laureatosi al Politecnico di Milano, Ponti è stato un pioniere nel ridefinire il rapporto tra arte e funzione, portando innovazione e bellezza in ogni ambito del suo lavoro. Fondatore della rivista Domus nel 1928, ha svolto un ruolo cruciale nella diffusione del design italiano nel mondo.
 
Tra i suoi progetti più celebri si annoverano il grattacielo Pirelli di Milano, le abitazioni del quartiere EUR di Roma e numerosi pezzi d’arredo che hanno contribuito a definire lo stile moderno. Tuttavia, Ponti si distinse anche per la sua collaborazione con importanti manifatture ed industrie, tra cui si ricordano la Richard-Ginori e la Venini, nelle quali reinterpretò tradizioni secolari con una spiccata sensibilità contemporanea.
ALLA RICHARD GINORI
 
Fondata nel 1735 dal marchese Carlo Ginori a Doccia, vicino a Firenze, la manifattura Richard-Ginori è una delle più prestigiose fabbriche di porcellana europee. Sin dalle origini l’azienda si è distinta per la capacità di coniugare artigianato d’eccellenza e innovazione stilistica. Negli anni del primo dopoguerra, però, viveva una fase di stallo: la produzione languiva e il rischio di disperdere antichi saperi e dilapidare una tradizione prestigiosa era concreto.
Così, nel 1923, venne nominato come direttore artistico dell’azienda il giovane e vivace architetto milanese, Gio Ponti. D’accordo con l’allora direttore, il competente ed attento Augusto Richard, e in stretta collaborazione con le maestranze già presenti nella fabbrica, propose un radicale programma di aggiornamento a 360 gradi che riuscì a condurre la Richard-Ginori alla modernità.
 
Ben consapevole che l’industria e le cosiddette arti decorative italiane avessero bisogno di essere spronate perché subordinate al passato e arretrate rispetto al panorama internazionale, Gio Ponti usò tutta la sua fantasia creativa e la sua profonda cultura per intraprendere il cammino verso un rinnovamento che fosse comunque rispettoso della tradizione.
La collaborazione con gli abili artigiani della Ginori fu cruciale per l’architetto perché gli permise, tra le altre cose, di avere piena consapevolezza della materia che andava a lavorare. Per ottenere i risultati sperati, doveva infatti conoscere tutti i segreti della ceramica, tecnica diversa da quelle in cui era già maestro, e dove sono il materiale e il suo uso sapiente e raffinato a rendere le figure vibranti e le scene rappresentate accattivanti.
 
Nel periodo di Ponti, la Ginori sperimentò non solo dal punto di vista iconografico, ma anche tecnico perfezionando soprattutto gli smalti e le loro cotture. Anche cataloghi e riviste dell’epoca elogiavano il sapiente uso del blu a gran fuoco, del gran rosso di Doccia, dell’oro a punta d’agata e ultimo, ma non per importanza, del nero metallico che contrasta nettamente con il bel timbro della pasta bianca.
Trionfo Italiano
Le Muse
Le proposte figurative di Ponti sorprendono fin da subito, tanto che già nel 1925, solo due anni dopo il suo arrivo nella manifattura di Doccia, la Richard-Ginori si aggiudicò il Gran Prix per la ceramica all’ Exposition Internazionale des Arts Décoratifs et Industriels di Parigi per il successo commerciale riscosso a livello internazionale. La produzione Ginori era già diventata un esempio di novità nel dibattito sulle prospettive di rilancio economico e di rinnovamento delle manifatture dell’arte italiana
 
Il design di Gio Ponti combina linee pure, stilizzate e molto moderne con una profonda ispirazione classica. Elementi appartenenti a diversi stili e contesti vengono estrapolati per poi essere sofisticatamente reinventati con un gusto e un’ironia degni di nota. Oltre ai modelli antichi, Ponti riprende la prospettiva rinascimentale, la modularità di derivazione palladiana e le semplificazioni neoclassiche arricchendoli con estro ed eleganza contemporanea.
Uno dei primi motivi affrontati fin dalla Biennale di Monza del 1923, la prima a cui la Richard-Ginori partecipa sotto la guida di Ponti, è quello della “Passeggiata Archeologica”. Ambientati in un terrazza realizzata con un’eccellente visione prospettica, chiaro omaggio ai maestri quattrocenteschi, questi pezzi ci raccontano del Gran Tour che erano soliti intraprendere i nobili europei del XVIII secolo nelle varie città italiane. Nel titolo si trova l’elemento contemporaneo dell’opera: questa è una precisa citazione dell’omonimo percorso, Passeggiata Archeologica, inaugurato presso gli scavi romani nel 1918.
Passeggiata Archeologica
Reinterpretando le forme del passato con brio ed astuzia, Ponti disegna per le sue opere di ceramica dei personaggi che, se a prima vista possono sembrare delle pedine perché estremamente precisi, controllati e composti, con uno sguardo più attento prendono vita e sembrano desiderosi di dare corso alle attività che stanno svolgendo. Nel 1929 nella rivista Emporium, il critico d’arte Raffaello Giolli scrisse «Davanti a quasi tutte le ceramiche di Ponti si sta fermi a fantasticare come leggendo un romanzo o una novella», citazione che trova riscontro, ad esempio, nella serie “Le Quattro Stagioni” dove ogni periodo dell’anno è rappresentato con motivi stilizzati e colori vibranti.
 
I piatti diventano mezzo per raccontare la ciclicità della natura e le immagini sono talmente coinvolgenti che è quasi come se gli spettatori potessero entrare nelle scene e sentire il profumo dei fiori di primavera appena raccolti o il freddo pungente degli inverni in campagna. Attraverso forme armoniose, eleganti e semplici, smalti perfetti, colori brillanti e una verve creativa senza precedenti, nei suoi dieci anni di direttorato artistico Ponti reinterpreta la tradizione della Richard-Ginori con giocosità e ironia senza dimenticare mai le radici del passato.
Le quattro stagioni
 
ALLA VENINI
 
Quando nel 1925 l’avvocato Paolo Venini apre la sua manifattura a Murano, uno dei suoi obiettivi fondanti era quello di innovare le tradizioni secolari del vetro soffiato. Per questo capì di non potersi affidare esclusivamente alle maestranze lagunari e invitò fin da subito a collaborare artisti e designer esterni, come i suoi primi direttori artistici: Napoleone Martinuzzi, Tomaso Buzzi e Carlo Scarpa. Seguendo questa strategia, l’illuminato uomo d’affari propose all’amico Gio Ponti di sperimentare anche nella sua azienda. Ponti, che negli anni ’30 si era ormai distinto come una delle figure centrali dell’architettura e del design italiano, collaborò con la Vetri Soffiati Muranesi Venini & Co. al fine di ridefinire ancora una volta il confine tra arte ed industria.
Morandiane
Morandiane
Lavorando e reinterpretando anche questo antico materiale, l’architetto crea dei vetri decorativi dove riesce a combinare una rigorosa semplicità con un senso di leggerezza allo scopo di far emergere il vetro stesso, che doveva rimanere il protagonista. Dalla serie “Morandiane”, presentata alla Biennale di Venezia del 1934, ricaviamo un altro elemento distintivo dell’operato muranese di Ponti: la sua palette cromatica spazia dai toni neutri a quelli accesi e brillanti che sembrano essere l’unico motivo decorativo delle forme stilizzate e pure che disegna.
 
Alla Venini, Gio Ponti dimostra ancora una volta che, con il suo approccio razionale e moderno ma allo stesso tempo profondamente legato alla tradizione artigianale, riesce a trasformare oggetti funzionali in vere opere d’arte.

Guarda il video e segui la storia di Gio Ponti.

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